2025, Ex-Elettrofonica, Rome

Elsewhere is here , Ex-Elettrofonica, Roma, 2025

October 11th- November 7th

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Laura Iamurri
Il mondo che abitiamo / il mondo che vogliamo

Julie Polidoro dipinge il mondo, ma lo fa in un modo che costantemente ci disorienta, ci turba, ci costringe a interrogarci su quello che vediamo davanti ai nostri occhi e che scardina la geografia che abbiamo studiato, con il suo planisfero inevitabilmente centrato sull’Occidente. Quello di Julie è un mondo espanso, delocalizzato, degerarchizzato. I paesi hanno tutti la stessa dimensione e sono ordinati per colore, oppure condividono confini secondo un ordine immaginario, o ancora perdono la loro riconoscibilità attraverso una operazione di sovrapposizione di sagome semi-trasparenti che finiscono per confondere le forme di partenza.
Ma esiste anche una diversa scala, più ravvicinata e ambigua alla vista. Con lo sguardo zenitale delle mappe satellitari sorvoliamo mosaici di campi agricoli o di strade urbane che tuttavia scopriamo essere i dintorni di un centro di detenzione. O ancora, cerchiamo la Roma che conosciamo nella voluta indeterminatezza della rappresentazione pittorica. Le mappe di Julie Polidoro sono il frutto di un processo e conservano una profondità temporale grazie a immagini che a loro volta sono la somma di sei fotografie satellitari scattate in sei momenti diversi, scalati nel corso di anni. Il segno marcato delle pieghe della tela aggiunge una distanza, ritma l’immagine, cancella definitivamente ogni traccia di illusionismo prospettico o proiettivo. Come dice l’artista, non sono mappe fatte per “dire la verità”. Sono mappe rese inservibili dalla loro frammentazione, o meglio sono investite di una nuova e diversa funzione, tutta da leggere nei termini di un invito alla riflessione civile.
Se guardando le serie dei paesi è facile pensare alle mappe pensate da Alighiero Boetti e realizzate dalle donne afghane come un possibile precedente di lavoro sulla geografia politica del pianeta, a ben vedere – al di là della comune base cartografica – uno dei pochi punti di contatto con le tele di Julie Polidoro appare il modo di appenderle al muro senza telaio e senza cornici, enfatizzando così la loro peculiare materialità, il peso del tessuto, la capacità di reagire alle circostanze ambientali. Ma le opere di Julie sono interamente eseguite in prima persona, e sono tele dipinte, tagliate, parzialmente sollevate rispetto allo sfondo in modo da acquisire una delicata e ariosa tridimensionalità e allo stesso tempo da perdere la fissità e la rigidità della forma determinata dai confini, ancora una volta di sovvertire il nostro sguardo sulla cartografia del mondo che conosciamo (o crediamo di conoscere). Sono mappe interrotte per permettere il passaggio dell’aria, per restituire il senso di comune appartenenza al pianeta come carattere prioritario della nostra esistenza, prima e al di là di ogni questione legata a una possibile identità culturale. Sono mappe che allontanano e avvicinano paesi diversi secondo criteri che nulla hanno a che vedere con la loro collocazione geografica e con la loro definizione politica, scartando sia dai confini segnati da elementi naturali (fiumi, mari, catene montuose), sia da quelli fissati a tavolino e fatti di linee rette tracciate su carte geografiche.
Le mappe di Julie Polidoro sono mappe sentimentali, talvolta scucite, o deformate da punti di vista multipli da uno sguardo consapevolmente femminista. In altre parole, sono l’espressione di un desiderio, disegnano talvolta il mondo come ci piacerebbe che fosse. Ma sulla scala ravvicinata emerge un tono diverso, più chiaramente legato a una profonda critica politica. Lo vediamo chiaramente nella Mappa di Roma con toponomastica femminile (3% di strade intitolate a donne non sante): cioè sulla dimensione a noi più vicina, quella che attraversiamo tutti i giorni, fatta di reticoli di strade cittadine che portano quasi inevitabilmente il nome di uomini, mentre le operazioni di “risarcimento” vedono l’intitolazione a donne illustri di viali e slarghi per lo più collocati all’interno di parchi e giardini o in estreme periferie. Quelle strade dei centri urbani che continuano a restituire una storia di glorie maschili per lo più (ma non esclusivamente) nazionali, interrotta soltanto da una smilza teoria di sante e talvolta di regine e principesse, sono il luogo in cui crescono e cresceranno le bambine e le ragazze. Il lavoro di Julie Polidoro si interroga anche su questo, sui modelli maschili con i quali le ragazze e in generale noi donne siamo ancora in larga parte costrette a confrontarci, in un mondo che ci ricorda tutti i giorni che la nostra storia, anche quando è scritta, fatica a ottenere il riconoscimento dovuto, e che i diritti non sono mai acquisiti una volta per sempre ma vanno costantemente difesi e salvaguardati. L’altra mappa di Roma, nella sua voluta distanza e indeterminatezza, ci sfida a riconoscere le nostre zone, i nostri quartieri nella rete resa ipnotica dalle campiture blu intenso, che risparmiano soltanto il tracciato delle strade. Ogni mappa è il risultato di un processo, e di una riflessione che investe la nostra dimensione sociale.
Questo emerge con determinazione in particolare in Control Landscape, la serie di quattro tele dedicate ai centri di detenzione e confinamento. Frutto di una serie di riprese satellitari stratificata nel tempo, le immagini sono poi riportate sulla tela, tradotte in pittura in un processo che ne altera completamente il significato, dalla ripresa che veicola con precisione una serie di dati a una immagine che cerca di interrogarsi sull’aspetto di un paesaggio del controllo. Nulla indica sulla mappa la loro posizione esatta, e anzi i centri restano di fatto volutamente nascosti nella parcellizzazione dell’immagine del territorio in settori colorati, in una tarsia cromatica apparentemente festosa. Ma sotto lo scorrere indifferente delle nuvole, Julie Polidoro attira la nostra attenzione sul carattere politico del paesaggio e della sua rappresentazione.

Prof. Laura Iamurri,
Ordinaria di Storia dell’Arte Contemporanea
Università Roma Tre / Dipartimento di Studi Umanistici

 

The world we live in / the world we want

 

Julie Polidoro paints the world, but in a way that constantly disorients us, unsettles us, forces us to question what we see before our eyes and that disrupts the geography we’ve studied, with its world map inevitably centred on the West. Julie’s world is expanded, decentralised, de-hierarchised. The countries have been made the same size and are grouped by colour, or they share borders based on an imaginary system, or they become unrecognisable as semi-transparent outlines that overlap, blurring their original forms.
But there is also another scale, closer and more ambiguous to the eye. With the overhead perspective of a satellite map, we fly over mosaics of agricultural fields and urban roads, only to realise they are the areas surrounding a detention facility. Or still, we search for the Rome we know in the intentional vagueness of the painted image. Julie Polidoro’s maps come from a process and preserve temporal depth because they have images that are themselves the sum of six satellite photographs taken at six different times, over the span of years. The pronounced creases on the canvas add distance, give the image rhythm, and definitively erase any illusion of perspective or projection. As the artist says, these maps are not made to “tell the truth”. They are maps that have been made impractical by their fragmentation, or rather, they have taken on a new purpose, to be interpreted as an invitation to civic reflection.
Looking at the series of countries, it’s easy to think of the maps conceived of by Alighiero Boetti and created by Afghan women as a potential precedent for work on the planet’s political geography. But on closer examination – beyond their shared cartographic basis – one of the few points of contact with Julie Polidoro’s canvases appears to be the way they’re hung on the wall without stretchers or frames, emphasising their materiality, the fabric’s weight, and its ability to react to environmental conditions. But Julie’s works are executed entirely by the artist herself, and are painted canvases that are cut and partially lifted from the background, acquiring a delicate and airy three-dimensionality while simultaneously losing the fixed rigidity of border-defined forms, once again subverting our gaze on the cartography of the world we know (or think we know). These are maps that are interrupted to allow for the passage of air, to restore a sense of shared belonging to this planet as the most important aspect of our existence, before and beyond any question of cultural identity. Maps that distance and bring together different countries based on criteria that have nothing to do with their geographic location or political definition, ignoring borders marked by natural elements (rivers, seas, mountain ranges) as well as those decided at conferences tables, made of straight lines drawn on maps.
Julie Polidoro’s maps are sentimental maps, at times unravelled, or deformed by multiple viewpoints from a consciously feminist lens. In other words, they express a desire, sometimes drawing the world as we would like it to be.

But on a closer scale, a different tone comes out, more clearly inked to a profound political critique. This is made clear in the Map of Rome with female toponymy (3% of streets named after women who are not saints), the dimension closest to us, the one we navigate daily, made of city street grids that almost always bear men’s names. Meanwhile, attempts to “redress” this see illustrious women honoured with avenues or squares mostly found in parks and gardens or in distant suburbs. These urban streets that continue to tell stories of male glory, mostly (but not exclusively) national ones, interrupted only by a smattering of female saints, queens and princess, are the places where girls grow up and will continue to grow up. Julie Polidoro’s work also questions this: the male models against which girls and women in general must still largely define ourselves, in a world that reminds us daily that our history, even when documented, struggles for proper recognition, and that rights are never won once and for all, but require constant defence and protection. The other map of Rome, in its deliberate distance and vagueness, challenges us to recognise our areas, our neighbourhoods in the hypnotic network of intense blue expanses, where only the street patterns remain visible. Every map is the result of a process, and a reflection that engages our social existence.
This comes out with particular clarity in Control Landscape, a series of four canvases dedicated to detention and confinement centres. Rising from satellite imagery stratified over time, the images are then transferred to canvas, translated into paint in a process that completely alters their meaning, from shots that precisely convey data to images that seek to question the appearance of a landscape of control. Nothing on the map indicates their exact location, indeed, the centres remain deliberately hidden within the fragmented landscape, divided into coloured sectors, in an apparently festive mosaic. But under the indifferent passage of clouds, Julie Polidoro draws our attention to the political nature of landscape and how it is depicted.


2024, Dicastero per la Cultura e l'Educazione, Vaticano

Today is yesterday’s tomorrow , Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Vaticano, 2024

Il cambiamento climatico ci insegna che gli esseri umani non sono altro che un elemento tra tanti in una vasta rete. Non c’è altro “centro” che la relazione tra tutti gli esseri e le cose in co-attività, e la mia pittura riflette questa visione dello spazio: “il luogo reale è la relazione con il mondo”.

Julie Polidoro

 

ABBRACCIARE IL FLUIRE DELLA VITA

È a una lettera del poeta romantico John Keats che dobbiamo l’origine di un curioso concetto. Il 22 dicembre 1817, Keats scriveva ai fratelli George e Thomas annunciando di aver compreso qual era il segreto che garantisce la piena realizzazione di un essere umano. E questo segreto era la capacità di camminare nell’incertezza; di abbandonarsi al fluire, anche nel dubbio, attraverso gli enigmi della vita; di lasciarsi andare serenamente a quanto gli era dato vivere, senza fughe né risentimenti; e, soprattutto, di non cadere nell’errore di valutare il flusso della vita unicamente con la viziata macchina del calcolo o della ragione. Il lavorio della vita in noi è al di là di tutto ciò, insisteva Keats – e insiste Julie Polidoro –. Questa capacità di condurre la propria imbarcazione attraverso un oceano vasto e sconosciuto, in assenza di mappe rigide e di forme esaustive di controllo, Keats la definiva “capacità negativa” (negative capability). “Negativa” perché contrapposta alla necessità “positiva”, che riconosciamo in noi, di prevedere, di scrutare minuziosamente, o di assicurarci un esito immediato, come se la vita fosse riducibile a un copione.
Le opere di Polidoro, che abbiamo la gioia di accogliere in mostra nel Dicastero per la Cultura e l’Educazione, parlano dell’apertura della nostra sensibilità a criteri non puramente empirici, nella ricerca di una sintesi più polifonica e integratrice dell’umano, dove, per esempio, l’immaginazione, il sentimento o la fede non siano relegati a uno statuto epistemologico di minorità, quasi non avessero nulla da dire sull’esistenza. Sì, i libri contabili dicono qualcosa della realtà, ma non dicono tutto, e non dicono il più importante. La vita è certamente quell’intersezione di spazio e tempo che ben conosciamo, ma, come ricorda l’artista, l’esistenza ha bisogno, per acquisire piena coscienza di sé, della parabola atmosferica, di cieli dilatati e senza frontiere. Per questo, nella sua pittura Julie Polidoro non interroga soltanto il tempo ma anche le nostre strategie per comprenderlo, accettando la realtà che noi dobbiamo spesso relazionarci con ciò che appare in un primo momento come incomprensibile, misterioso e contraddittorio, e che solo in seguito si rivelerà.

José Tolentino de Mendonça


2023, Palazzo delle Esposizioni, Roma

Social Distance, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2023

SOCIAL DISTANCE di Julie Polidoro ripropone, ampliata, una precedente mostra dell’artista alla Galerie Valérie Delaunay di Parigi. Sono esposte quattordici tele tutte realizzate tra il 2021 e il 2022.

I dipinti appartengono tutti a un progetto che trae la sua origine dalle immagini trovate sul web, legate a due temi diversi.

Da una parte, i corpi dei migranti, che giacciono abbandonati sui pavimenti spogli dei cosiddetti centri di accoglienza. “Non-persone”, corpi senza nome e senza volto, ridotti allo statuto di oggetti e “parcheggiati”, come pacchi all’interno di una grande catena di distribuzione, in “ripari” provvisori.

Dall’altra, si trovano una serie di paesaggi, raffiguranti tempeste di sabbia incombenti, le quali non sono altro che effetti di quello che solitamente ed eufemisticamente viene chiamato “cambiamento climatico” e che, invece, più propriamente, dovrebbe chiamarsi “riscaldamento globale”.

Se le immagini del mondo restituite dal web sono “sature”, uniformi e servono unicamente a trasmettere e propagare le informazioni, quelle dipinte da Julie Polidoro sono “insature”, incomplete, instabili e generano contro-informazione, contro-narrazione, sono dei veri e propri atti di resistenza. 

 

SOCIAL DISTANCE by Julie Polidoro is the expanded version of an earlier exhibition staged by the artist at Galerie Valérie Delaunay in Paris. Fourteen canvases, all made between 2021 and 2022, are on display.

The paintings all belong to a project that originates from images found on the web, linked to two different themes.

On the one hand, the bodies of migrants, lying abandoned on the bare floors of so-called reception centres. “Non-persons”, nameless and faceless bodies, reduced to the status of objects and “parked”, like parcels inside a large distribution chain, in temporary “shelters”.

On the other hand, a series of landscapes, depicting impending sandstorms, which are the effects of what is usually and euphemistically called “climate change” and which, instead, more properly, should be called “global warming”.

While the only purpose of the ‘saturated’ and uniformed images conveyed by the web is to transmit and propagate information, those painted by Julie Polidoro are ‘unsaturated’, incomplete, unstable and generate counter-information, counter-narration, they are true acts of resistance.


2023, Galerie Valérie Delaunay, Paris

L’air que je respire n’a pas de bord, Galerie Valérie Delaunay, Paris, 2023

Press Review


2018, Orto Botanico, Roma

Teatro del mondo I, Orto Botanico, Roma, 2018


2019, Italian Cultural Institute, London

Unstitched World, Italian Cultural Institute, London, 2019


2017, Galerie Valérie Delaunay, Paris

Il y a partout du ciel, Galerie Valérie Delaunay, Paris, 2017


2016, Galerie Valérie Delaunay, Paris

Alive Fridge, Galerie Valérie Delaunay, Paris, 2016


2015, Artforthought gallery, Tokyo

The horizon looks at me, Artforthought gallery, Tokyo, 2015