IL MONDO CHE ABITIAMO/ IL MONDO CHE VOGLIAMO
Julie Polidoro dipinge il mondo, ma lo fa in un modo che costantemente ci disorienta, ci turba, ci costringe a interrogarci su quello che vediamo davanti ai nostri occhi e che scardina la geografia che abbiamo studiato, con il suo planisfero inevitabilmente centrato sull’Occidente. Quello di Julie è un mondo espanso, delocalizzato, degerarchizzato. I paesi hanno tutti la stessa dimensione e sono ordinati per colore, oppure condividono confini secondo un ordine immaginario, o ancora perdono la loro riconoscibilità attraverso una operazione di sovrapposizione di sagome semi-trasparenti che finiscono per confondere le forme di partenza.
Ma esiste anche una diversa scala, più ravvicinata e ambigua alla vista. Con lo sguardo zenitale delle mappe satellitari sorvoliamo mosaici di campi agricoli o di strade urbane che tuttavia scopriamo essere i dintorni di un centro di detenzione. O ancora, cerchiamo la Roma che conosciamo nella voluta indeterminatezza della rappresentazione pittorica. Le mappe di Julie Polidoro sono il frutto di un processo e conservano una profondità temporale grazie a immagini che a loro volta sono la somma di sei fotografie satellitari scattate in sei momenti diversi, scalati nel corso di anni. Il segno marcato delle pieghe della tela aggiunge una distanza, ritma l’immagine, cancella definitivamente ogni traccia di illusionismo prospettico o proiettivo. Come dice l’artista, non sono mappe fatte per “dire la verità”. Sono mappe rese inservibili dalla loro frammentazione, o meglio sono investite di una nuova e diversa funzione, tutta da leggere nei termini di un invito alla riflessione civile.
Se guardando le serie dei paesi è facile pensare alle mappe pensate da Alighiero Boetti e realizzate dalle donne afghane come un possibile precedente di lavoro sulla geografia politica del pianeta, a ben vedere – al di là della comune base cartografica – uno dei pochi punti di contatto con le tele di Julie Polidoro appare il modo di appenderle al muro senza telaio e senza cornici, enfatizzando così la loro peculiare materialità, il peso del tessuto, la capacità di reagire alle circostanze ambientali. Ma le opere di Julie sono interamente eseguite in prima persona, e sono tele dipinte, tagliate, parzialmente sollevate rispetto allo sfondo in modo da acquisire una delicata e ariosa tridimensionalità e allo stesso tempo da perdere la fissità e la rigidità della forma determinata dai confini, ancora una volta di sovvertire il nostro sguardo sulla cartografia del mondo che conosciamo (o crediamo di conoscere). Sono mappe interrotte per permettere il passaggio dell’aria, per restituire il senso di comune appartenenza al pianeta come carattere prioritario della nostra esistenza, prima e al di là di ogni questione legata a una possibile identità culturale. Sono mappe che allontanano e avvicinano paesi diversi secondo criteri che nulla hanno a che vedere con la loro collocazione geografica e con la loro definizione politica, scartando sia dai confini segnati da elementi naturali (fiumi, mari, catene montuose), sia da quelli fissati a tavolino e fatti di linee rette tracciate su carte geografiche.
Le mappe di Julie Polidoro sono mappe sentimentali, talvolta scucite, o deformate da punti di vista multipli da uno sguardo consapevolmente femminista. In altre parole, sono l’espressione di un desiderio, disegnano talvolta il mondo come ci piacerebbe che fosse. Ma sulla scala ravvicinata emerge un tono diverso, più chiaramente legato a una profonda critica politica. Lo vediamo chiaramente nella Mappa di Roma con toponomastica femminile (3% di strade intitolate a donne non sante): cioè sulla dimensione a noi più vicina, quella che attraversiamo tutti i giorni, fatta di reticoli di strade cittadine che portano quasi inevitabilmente il nome di uomini, mentre le operazioni di “risarcimento” vedono l’intitolazione a donne illustri di viali e slarghi per lo più collocati all’interno di parchi e giardini o in estreme periferie. Quelle strade dei centri urbani che continuano a restituire una storia di glorie maschili per lo più (ma non esclusivamente) nazionali, interrotta soltanto da una smilza teoria di sante e talvolta di regine e principesse, sono il luogo in cui crescono e cresceranno le bambine e le ragazze. Il lavoro di Julie Polidoro si interroga anche su questo, sui modelli maschili con i quali le ragazze e in generale noi donne siamo ancora in larga parte costrette a confrontarci, in un mondo che ci ricorda tutti i giorni che la nostra storia, anche quando è scritta, fatica a ottenere il riconoscimento dovuto, e che i diritti non sono mai acquisiti una volta per sempre ma vanno costantemente difesi e salvaguardati. L’altra mappa di Roma, nella sua voluta distanza e indeterminatezza, ci sfida a riconoscere le nostre zone, i nostri quartieri nella rete resa ipnotica dalle campiture blu intenso, che risparmiano soltanto il tracciato delle strade. Ogni mappa è il risultato di un processo, e di una riflessione che investe la nostra dimensione sociale.
Questo emerge con determinazione in particolare in Control Landscape, la serie di quattro tele dedicate ai centri di detenzione e confinamento. Frutto di una serie di riprese satellitari stratificata nel tempo, le immagini sono poi riportate sulla tela, tradotte in pittura in un processo che ne altera completamente il significato, dalla ripresa che veicola con precisione una serie di dati a una immagine che cerca di interrogarsi sull’aspetto di un paesaggio del controllo. Nulla indica sulla mappa la loro posizione esatta, e anzi i centri restano di fatto volutamente nascosti nella parcellizzazione dell’immagine del territorio in settori colorati, in una tarsia cromatica apparentemente festosa. Ma sotto lo scorrere indifferente delle nuvole, Julie Polidoro attira la nostra attenzione sul carattere politico del paesaggio e della sua rappresentazione.
Prof. Laura Iamurri,
Ordinaria di Storia dell’Arte Contemporanea
Università Roma Tre / Dipartimento di Studi Umanistici
